Di mia figlia vorrei la leggerezza

Di mia figlia vorrei la leggerezza. La capacità di ballare sulle cose, assaporando l’attimo, o di passarci sopra, guardando avanti. Vorrei ogni tanto saper dire come lei “non importa, se una cosa non mi va di farla non la faccio”. Vorrei osservare il mondo con i suoi occhi, che ridono e piangono, che si spalancano davanti a ciò che sorprende e si chiudono su ciò che no, non è il caso venga ammesso tra le cose che conta ricordare.

Di mio figlio vorrei la gentilezza. Una dote, un’arte, che lui incarna alla meraviglia. La gentilezza che si fa accettazione anche di ciò che è diverso dal proprio modo di pensare, la gentilezza che ti porta ad accogliere, a supportare, a sopportare. Che poi ci vuole tanta saggezza, per esser gentili. Il sorriso timido, le braccia pronte ad abbracciare, il bicchiere mezzo pieno che non si svuota malgrado tutto. Malgrado la fatica di crescere, malgrado le batoste, i mali, il brutto che comunque c’è, come è inevitabile che sia.

E resto qui a guardare, leggerezza e gentilezza, con la testa affollata di impegni lasciati a mezz’aria, di “dovrei” che si sgretolano minuto dopo minuto, di pesi, di fatiche, di fragilità. Faccio tesoro di un esercizio che ho imparato a fare proprio grazie ai miei due bimbi: sorrido. Anche se in questo momento non mi va di sorridere. Faccio entrare un po’ di leggerezza, un po’ di gentilezza. E per un po’ affronto il mondo come vorrei riuscire a fare sempre, con il cuore aperto e sereno, con la capacità di dire no quando serve. Con la voglia di dire sì alle tante nuove sfide che ogni giorno riserva.

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